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Il suicidio di Rossi, la strategia della ricompensa e la “fine” di Siena dal Foglio

Posted by Alberto Brambilla on luglio 5th, 2013 filed in Conflitti, Economia, Nera
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Il suicidio di Rossi, la strategia della ricompensa e la “fine” di Siena

Lo scandalo finanziario assume definitivamente sui media i tratti del giallo quando il manager della comunicazione di Mps viene trovato morto la sera del 6 marzo. David Rossi, 51 anni, aveva le vene tagliate quando giaceva supino sul selciato di un vicolo senza nome all’interno del comprensorio di Rocca Salimbeni, con i piedi rivolti verso il muro. Se ne sono accorti i paramedici, arrivati per soccorrerlo, quando hanno provato a sistemare gli elettrodi sui polsi per sentire il battito cardiaco, ormai assente (“era già ghiaccio”). Due ambulanze sono arrivate sul posto circa un’ora dopo la morte. E’ caduto alle 19.49 da quasi dieci metri d’altezza, dall’ultimo piano della sede di Mps, dalla finestra del suo ufficio. Queste circostanze sono state ricostruite sul campo durante il fine settimana in cui si sono celebrati i funerali di Rossi, e anche confermate all’Ansa da “fonti giudiziarie”. Dal momento che Rossi è stato trovato di schiena – posizione all’apparenza anomala per un suicida – ai soccorritori è bastato vedere le vene recise per escludere l’ipotesi di un omicidio, supposizione rilanciata dai media con il megafono di Beppe Grillo un mese dopo il fatto (“Da quando si è buttato (lo hanno buttato?) dalla finestra di un ufficio dell’Mps dopo una lunga telefonata sulla città è calata una cappa che si taglia con il coltello. Qualcuno si chiede chi sarà il prossimo, la vox populi senese dà per certo che Rossi non sarà l’ultima vittima”, frase scritta da Grillo sul suo blog e rilanciata dai telegiornali nazionali). Le due ambulanze si sono allontanate dal vicolo, nei pressi di via dei Rossi, per tornare in ospedale. Un’ambulanza però è stata subito richiamata per un’emergenza in via Garibaldi, alle porte della città toscana. Era per la madre di Rossi colpita da un malore. In quel momento nella casa della famiglia del manager era in corso una perquisizione della polizia. Fuori, nel parcheggio, c’erano quattro utilitarie dei poliziotti in borghese (per non attirare l’attenzione). Dentro casa, invece, gli agenti, dopo avere vinto la diffidenza dei parenti di Rossi, hanno sequestrato degli archivi digitali e una macchina fotografica, dicono dei testimoni oculari. Rossi non era indagato, ma aveva già subìto un sequestro di materiale informatico. Secondo fonti a conoscenza delle intenzioni del sostituto procuratore Nicola Marini, il “caso Rossi” andrebbe verso l’archiviazione in quanto motivato da cause personali, al momento non chiare. La posizione del giudice non è però così netta e, sebbene le indagini siano ufficialmente concluse, il caso resta aperto perché durante i sequestri è stato acquisito materiale relativo all’inchiesta parallela su Antonveneta che invece è ancora in corso. La famiglia di Rossi aveva già subìto un lutto mesi prima, quello del padre di David (questa è stata una delle primissime ipotesi circolate sulla stampa per motivare il gesto, insieme alla frustrazione per le critiche che Rossi riceveva dai blog locali). Secondo persone vicine alla famiglia, i parenti non si rassegnano a parlare di suicidio e covano ancora dubbi. Ultimamente parlano di una mail inviata da David ai capi di Mps, Profumo e Viola, in cui lui avrebbe minacciato di suicidarsi nel caso fosse stato messo da parte. Rossi stava infatti per perdere il ruolo di direttore marketing e comunicazione dell’istituto pur rimanendo sempre nell’organico, non sembrava cioè un licenziamento in tronco.

Rossi per Mps è stato però molto di più di un addetto stampa, tra il 2006 e il 2011 ha gestito un portafoglio pubblicitario milionario: indirizzava la pubblicità, pianificava il marketing, controllava le sponsorizzazioni, dirigeva la comunicazione esterna, filtrava le informazioni in uscita e quelle che gli impiegati del Monte potevano assumere dal Web quando si trovavano in ufficio. Era uno stretto amico di Mussari, il quale lo chiamò in banca nel 2006 dopo averlo preso alla Fondazione (all’esordio Rossi faceva l’impaginatore in un giornale locale con scarse attitudini e prospettive di crescita professionale, poi è stato assunto come addetto stampa dall’ex sindaco Pierluigi Piccini). Con l’approdo in Fondazione è iniziata l’ascesa, anche di potere, a braccetto con Mussari. Rossi era stimato e ben visto nel suo lavoro, così lo ricordano banchieri e manager. Non è lo stesso, invece, per alcuni giornalisti con cui si confrontava (e scontrava) e per chi si è visto affossare dei progetti imprenditoriali su spinta di Mussari e per mano di Rossi perché non erano gestiti direttamente dal Monte. Il controllo diffuso da parte di Mps sulla città di Siena e su tutto quel che le orbitava attorno era, infatti, vissuto come un’esigenza da parte di Mussari, banchiere “straniero” di origini calabresi innamorato della squadra di basket locale, la Mens Sana. David tra novembre e dicembre dell’anno scorso si è fatto promotore, insieme ad altri, di un progetto politico, quello dell’Associazione 53100 (il codice di avviamento postale di Siena). Più che altro una lista elettorale, nata “alle cene del mercoledì” in un ristorante locale, che sarà presente anche alle imminenti elezioni comunali. E’ diventata in realtà una lista di disturbo (come anche altre a Siena) per togliere voti al Pd e creare i presupposti per il ballottaggio. Rossi aveva quindi anche un ruolo politico in città, sebbene marginale. Ora David riposa al cimitero del Laterino. Il giorno successivo alle esequie, una domenica, non si sono viste personalità della banca a fargli visita durante il pomeriggio. Erano però presenti al funerale. Quel fine settimana la contrada della Lupa, quella di David, era deserta, silenziosa come molti altri vicoli del borgo. Altrove, nella centrale piazza dei Tolomei, chiamata così in onore di un’antica e nobile famiglia senese, c’era un predicatore considerato un pazzo dagli anziani del posto che sovente si mette a bofonchiare sotto la statua della Lupa, il simbolo di Siena. Farfugliava frasi da moralizzatore: “E’ il dio denaro, il dio divertimento sessuale. Guai a chi tocca questi idoli, per loro siamo pronti a uccidere e anche a suicidare”. Folklore che non ha scosso i passanti distratti; di certo poteva essere usato per colorire questo scandalo un po’ di più. E’ interessante notare, invece, un fatto passato sotto traccia: nell’ultima assemblea di Mps, David non è stato ricordato pubblicamente dagli azionisti, dai manager o dai soci presenti. Rossi era l’ultimo “figlio della lupa”, l’ultimo senese all’apice del Monte. Ha subìto lo stesso destino di Mussari, è diventato uno sconosciuto (“L’appestato Mussari ora a Siena nessuno lo conosce”, era uno strillo sulle locandine delle edicole cittadine).

Anche tramite il lavoro dietro le quinte di Rossi, il Monte ha distribuito soldi a pioggia.Ce n’era per tutti. Un metodo, quello delle partite di giro, che adesso i politici in lizza per lo scranno comunale non esitano a definire “mafioso”. Sebbene sia al più feudale, familiare, il nipote malato delle gabelle medievali. E’ in ogni caso un do ut des: dare (soldi) per ricevere (consenso). La distribuzione diffusa del profitto bancario ha imbolsito i comuni cittadini, operosi ma poco avvezzi all’iniziativa privata, perché tanto il “Babbo Monte” era lì per darti una mano se non lo criticavi, pena la dannazione attraverso la chiusura totale dei rubinetti nei confronti dei dissidenti (il modus operandi di Mussari). Per avere contezza di un’attività imprenditoriale effimera basta guardare i filari di negozi in franchising che corrono lungo le vie in saliscendi del centro cittadino: è più facile gestire una boutique griffata per turisti anziché creare un’impresa originale.
Capire se senza i “sussidi” del Monte, i senesi troveranno lo slancio è una preoccupazione della montante classe dirigente del borgo toscano dopo il commissariamento delle casse comunali e, giocoforza, delle istituzioni (alle elezioni del 26 e 27 maggio corrono 500 persone per 32 posti in consiglio comunale, i candidati sindaco sono 8 divisi in 16 liste, fioriscono quelle civiche). A frequentare l’alta società senese, non sembra però che l’urgenza di rimboccarsi le maniche sia condivisa e forse nemmeno percepita. La prospettiva di dovere fare da soli non è contemplata dalla borghesia, il cui credo è stato quello del laissez-faire per sé e per tutti; finché ce n’è, finché ce n’era. Questa visione affidata al Foglio da chi respira l’aria rarefatta dei “piani alti” è anche una spia dello scollamento della società comunale toscana, che conserva l’imprinting etrusco del loco civile, della municipalità, del piccolo borgo chiuso tra “quattro mura”: in basso, brulica l’orgogliosa normalità della maggiore parte dei senesi, i dipendenti di Mps, delle controllate, dei servizi, i negozianti e i ristoratori che coccolano gli immancabili visitatori. In alto, invece, scorre distaccata un’aristocrazia affluente difficile da individuare per le strade durante il giorno; c’è troppa confusione. I fantasmi si manifestano sul fare della sera quando i vicoli sono sgombri: se sono uomini indossano il frac, se sono donne portano cappelli piumati e, all’uscita dal teatro, puntano alla porta delle mura medievali diretti ai poderi in collina su una Porsche bianca potente ma silenziosa. E’ un divario caratteristico della società odierna, più evidente in un borgo, e che a Siena diventa essenziale colmare con la consapevolezza di un’epoca giunta al tramonto perché il crepuscolo del bancocentrismo toglierà la rassicurante ombra del Monte dal capo dei senesi. Gli stessi che al Monte avevano accordato fiducia, chiesto favori, rivolto preghiere e tirato bestemmie.


Giannino Politico Requiem

Posted by Alberto Brambilla on febbraio 20th, 2013 filed in Conflitti, Giornalismo, Politica
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Viene da chiedersi da quando l’estesione più vasta del concetto di affidabilita’ sia diventato un requisito politico in questo paese.Dove chi ha mentito e deluso più volte e’ stato rieletto altrettante, chi ha firmato un contratto col popolo, l’ha disatteso punto per punto, chi doveva semplicemente dare una prospettiva all’Italia si e’ strozzato con le sue stesse mani (almeno due volte). Oscar Giannino ha mentito. E’ vero. Circondato da professori di grandi e piccole universita’ italiane e americane ha detto avere conseguito un master e una laurea alle quali, in realta’, non si e’ mai iscritto. Un complesso di inferiorita’? Forse. Ma che in ogni caso non giustifica del tutto l’assenza di trasparenza (per i critici di serieta’) di fronte ai cittadini votanti. Rimane assurdo che un partito, destinato comunque a rimanere più che marginale in Parlamento, ma con idee che minano alla base l’asfittico e clientelare capitalismo italiano rischi di non entrare nemmeno in Aula. Perche’? Perche’ i votanti indecisi per uno “scandalo” del genere decidano di preferire qualcun altro. Fermare il declino, per quanto ho capito, e’ fondato sulla competenza: e’ un partito think-tank. E merita il mio personale appoggio alla Camera. Giannino ha commesso un errore, forse di vanita’. Ma mi fa sorridere di essere condierato “troppo giovane” per via di questa visione, quando ritengo di avere più memoria - senza sforzi ne’ doti particolari - di un più saggio smemorato nel paese degli inganni. Troppo facile indignarsi per un caso che farebbe scalpore (forse) in Svezia. Cambierei opinione solo se si scoprisse che Giannino in passato usava per se’ le informazioni che aveva come, qual e’, uno dei più acuti e preparati giornalisti finanziari d’Italia (con master o no). Non e’ un’ipotesi ne’ una profezia mal celata. E’ solo l’unico motivo per cui toglierei il voto al partito fondato da Giannino.


Roma - Talk of the town. Meloni si fa pubblicità elettorale sui taxi e paga in nero

Posted by Alberto Brambilla on febbraio 12th, 2013 filed in Conflitti, Politica, Retroscena
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Comincio con questo post una (spero lunga) serie di brevi articoli con quello che ascolto per le strade di Roma. Altri ne arriveranno.

E’ abbastanza facile fare parlare un tassista di politica. Da una decina di giorni si possono notare sui taxi bianchi di Roma delle piccole strisce adesive sul lunotto posteriore, sono piccoli manifesti elettorali del partito di Giorgia Meloni (ex ministro), Guido Crosetto (ex deputato) e Ignazio La Russa (ex ministro), tutti e tre usciti dal Pdl per creare un loro movimento “Fratelli d’Italia”. “Guardi è più la fatica di togliere la colla, non me ne faccio niente dei soldi di questi che ce n’hanno rubati parecchi”, dice il conducente. Per tenere l’adesivo elettorale per 10 giorni, lo raccontava anche il blog giornalettismo, il partito paga 50 euro. Da aggiungere che i soldi vengono dati sull’unghia, in nero: esentasse. Soldi facili che potrebbero fare comodo a chiunque (se non fosse per la colla). Ma niente in confronto a quanto dava il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il doppio: 100 euro, racconta un altro tassista. Probabilmente l’ex ministro Meloni non sa nemmeno di questa pratica diffusa tra i suoi militanti. Altra puntata della battaglia elettorale romana, oltre a quella già ampiamente nota dei manifesti abusivi.


Alitalia, è già pronto il sostituto di Ragnetti

Posted by Alberto Brambilla on febbraio 5th, 2013 filed in Conflitti, Economia
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Oggi il Corriere della Sera titola “L’amminstratore di Alitalia rischia il posto”. Andrea Ragnetti, ad della compagnia, sarebbe finito nel mirino dei soci minori della cordata italiana che controlla Alitalia. Il malumore è dovuto al fatto che non riusciranno a rientrare dall’investimento fatto nel 2008, con l’iniziativa di Berlusconi e Passera. Che Ragnetti sia seriamente in bilico è un mormorio che circola con insistenza da almeno una settimana. E l’ipotesi è concreta. Tanto concreta che secondo quanto risulta a BBN sarebbe pronto il suo sostituto: Giancarlo Schisano, direttore operativo Alitalia. Non è un caso se è lui che si sta esponendo in prima persona sull’incidente della Carpatair a Fiumicino. E non è nemmeno un caso che Ragnetti sia rimasto taciturno.

In ogni caso, Schisano è partito male. Oggi ha detto questo:

“Finché non succede qualcosa di davvero importante non ci sono motivi legati alla sicurezza per cambiare atteggiamento”. Così Giancarlo Schisano, direttore operativo di Alitalia, ai microfoni di Agorà, su Rai Tre, in riferimento all’incidente di Fiumicino di sabato scorso. Parlando poi della scelta di viaggiare con mezzi e personale rumeno, Schisano ha spiegato: “È conveniente avere un contratto con loro perché ci costa meno per due soli aerei cosiddetti Turboprop” . La decisione di togliere il logo dell’azienda dal velivolo incidentato, è stata invece dettata dalla volontà di “non lasciare, per tutto il periodo dell’inchiesta, un aereo un po’ squinternato con il marchio Alitalia sopra”.

POI ALITALIA PRECISA CON UNA NOTA CHE LE DICHIARAZIONI RIPORTATE DA AGORA’ SONO STATE TRAVISATE

ALITALIA: SCHISANO, RICONOSCIUTA SUBITO GRAVITA’ INCIDENTE

(VEDI ‘ ALITALIA:  SCHISANO, CONVENIENTE…’ DELLE 11.51)

(ANSA) - ROMA, 5 FEB - ” La gravita’ riconosciuta da Alitalia

all’ incidente di sabato notte a Roma e’ dimostrata senza ombra

di dubbio dal fatto che Alitalia ha immediatamente sospeso i

voli effettuati per suo conto da Carpatair fino a conclusione

della inchieste in corso”. Lo afferma il direttore operativo di

Alitalia Gianfranco Schisano, smentendo le dichiarazioni a lui

attribuite riportate da una trasmissione televisiva.

” Smentisco categoricamente - afferma Schisano - di aver

rilasciato la dichiarazione attribuitami, in relazione

all’ incidente di sabato notte e mi stupisco di come sia stata

veicolata agli organi di stampa un’ affermazione totalmente fuori

contesto. La domanda che mi era stata rivolta si riferiva ad

alcuni inconvenienti occorsi agli aerei di Carpatair nei mesi

scorsi, quelli si’ che non mettevano a rischio la sicurezza”.

(ANSA).

PVN


Gentile pronto a lasciare Meridiana. Fonti: 25 milioni di “buona uscita” e la guida di una nuova compagnia

Posted by Alberto Brambilla on gennaio 15th, 2013 filed in Senza categoria
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Sono le 20.51 del 15 gennaio 2013. A Parigi il consiglio di amministrazione di MeridianaFly è ancora in corso. Durante il pomeriggio si sono rincorsi rumor di imminenti dimissioni dell’amminstratore delegato della seconda compagnia aerea italiana. Che Giuseppe Gentile lascerà la compagnia pare cosa certa dopo le pressioni da parte del vertice della società di proprietà del fondo Akfed del principe ismaelita Aga Khan e quotata alla Borsa italiana. Secondo indiscrezioni lo sostituirà “ad interim” Roberto Scaramella, direttore del settore aviation di Akfed. Secondo quanto apprende BBN, a Gentile andrà una “buona uscita” da 25 milioni di euro (come dai patti parasociali in caso di “stallo decisionale del cda”) e, secondo fonti non ufficiali, lascerà anche la guida di Air Italy, compagnia da lui fondata e integrata in Meridiana nel luglio 2011. La carriera di Gentile però non sarebbe finita perché a lui dovrebbe andare la guida della compagnia da costituire Meridiana Express, secondo un vecchio progetto una low cost. L’ad dimissionario non ha ancora preso il volo di ritorno da Parigi. La compagnia non ha ancora comunicato ufficialmente la notizia.


Monti è sempre stato politico - anche prima di essere un tecnico

Posted by Alberto Brambilla on dicembre 27th, 2012 filed in Conflitti, Economia, Retroscena
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Basta il discorso di Monti al convegno Enpam 4 e il 5 novembre 2011 (il 9 viene nominato senatore a vita) per capire cosa aveva in mente.

Ogni tanto si parla di Governo tecnico, ma ritengo, come osservatore e cittadino, che il problema non risieda nella tecnica, ma nel passare da una politica ad un’altra per riuscire a risolvere le criticità che affliggono il nostro Paese e che si riflettono sul limitato appeal dei titoli del Tesoro italiano. Quando nel 2005 sono tornato in Italia, dopo dieci anni di lavoro alla Commissione Europea, sembrava che fosse in corso, e che andasse consolidata, la tendenza a combattere il disavanzo e ridurre il debito, ma il problema dominante, anche per la sostenibilità del miglioramento della finanza pubblica, era sempre quello della crescita e della competitività, che richiedeva, e richiede, le riforme strutturali di cui prima ho accennato. Occorre quindi distribuire i sacrifici e convincere le categorie che il futuro sarà migliore per tutti se oggi facciamo qualche rinuncia. È necessario l’impegno di tutte le forze politiche del Paese per portare avanti scelte di governo necessariamente impopolari nel breve periodo, ma generatrici di benessere e di occupazione nel medio e nel lungo”.

Il discorso: http://www.enpam.it/wp-content/uploads/Convegno2.pdf


Alitalia 2013, ritorno allo stato?

Posted by Alberto Brambilla on dicembre 16th, 2012 filed in Conflitti, Economia
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Dal Foglio

Dopo quattro anni si torna a elezioni, con il cerino di Alitalia in mano. E’ un paradosso che - con oltre 3 miliardi persi a carico dei contribuenti, 5.000 lavoratori in mobilità, la prima compagnia aerea italiana, confinata nel ruolo di operatore regionale e circondata da giganti in ascesa come Turkish Airlines - a guardare il cielo si scorga come soluzione la nazionalizzazione.

Lo dicono gli analisti e lo sussurrano fonti governative: la Cassa depositi e prestiti (Cdp), tramite il Fondo strategico, è il salvatore adatto grazie alla garanzia fornita dal ministero dell’Economia che la controlla. Un percorso inverso rispetto a quello della privatizzazione gestita da Corrado Passera per conto dell’indebitata (con Air One) Intesa Sanpaolo, tema chiave della campagna elettorale del 2008 condotta da Silvio Berlusconi. Intervistato ieri dal Messaggero, l’amministratore delegato, Andrea Ragnetti, ha ammesso che i primi sei mesi del 2013 saranno “duri”.

Il 12 gennaio i soci della cordata tricolore potranno liberarsi di un investimento che si è rivelato perdente scambiandosi quote tra loro (da ottobre potranno venderle a chiunque). In particolare la disgraziata famiglia Riva, quella dell’Ilva, e la famiglia Benetton (attraverso Atlantia). Nel frattempo è rimasto solo un quarto della liquidità che i “patrioti” avevano immesso nella nuova Alitalia Cai per tenerla italiana e non venderla ai francesi di Air France, soci di maggioranza con il 25 per cento che difficilmente oggi riuscirebbero a rilevarla (hanno appena annunciato 5.000 esuberi).

L’ipotetico acquisto da parte di una compagnia extra europea sarebbe più complicato: per avere la maggioranza di un vettore occorre l’autorizzazione della Commissione Ue. Il Cda odierno si preannuncia movimentato, come quello scorso: ci sono oltre 800 milioni di debiti da gestire e l’exit strategy da concordare. “Nel 2013 sarà necessario un aumento di capitale e senza altre risorse è molto probabile che entro l’anno o poco più in là si ponga l’esigenza di un intervento della Cdp”, dice al Foglio Ugo Arrigo, docente di Scienza delle finanze all’Università Bicocca.

Sotto la superficie di un’azienda che vedendo traballare il monopolio sulla profittevole rotta Linate-Fiumicino cerca di recuperare quote di mercato con pervasive strategie di marketing (l’ultima una tombola natalizia in volo con in palio una Fiat 500), c’è il malessere dei dipendenti. Ragnetti, ex capo marketing di Philips, guarda ai risultati sui social network, ai progressi del sito di e-commerce, nella speranza di fidelizzare i passeggeri (visto che la compagnia nel ranking globale è 83esima per soddisfazione della clientela).

Chi ci lavora denuncia informali pressioni sui piloti e incentivi agli stessi per “controllare” il carburante imbarcato sugli aerei al fine di risparmiare su una sempre più consistente voce di costo (pratica da vettore low cost usata anche da Ryanair). Allo stato dunque l’inversione di rotta?

 


L’eurocrisi è costata 2.000 miliardi di dollari alle imprese di tutto il mondo (un report inedito)

Posted by Alberto Brambilla on dicembre 12th, 2012 filed in Conflitti, Economia
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L’eurocrisi è costata 2.000 miliardi di dollari alle imprese di tutto il mondo. Lo studio di prossima pubblicazione “Grant Thornton International Business Report”, dell’omonima società di consulenza e ricerca, stima che “la crisi dell’Eurozona ha avuto un impatto negativo sul business di quattro imprese su dieci a livello mondiale”, con una riduzione dei profitti pari a 2.000 miliardi di dollari (1.500 miliardi di euro). L’aspetto più preoccupante, secondo Giuseppe Bernoni, managing partner di Grant Thornton, è “il pessimismo degli imprenditori e la difficoltà di guardare oltre la crisi che significa decrescita e prolungamento della curva negativa delle economie a livello globale”.


Il report più preciso sulla situazione politica italiana. Nomura parteggia per Bersani e svela la strategia attendista di Monti

Posted by Alberto Brambilla on dicembre 12th, 2012 filed in Conflitti, Economia, Esteri
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In questi giorni sono usciti una valanga di report delle banche d’affari. In larga parte parteggiano per Pier Luigi Bersani (es. Morgan Stanley). Poi sono state diffuse ai clienti delle note più preoccupanti, vedi la lettera in cui Goldman Sachs consigliava agli investitori di vendere titoli di stato italiani dopo essersi premurati nelle passate settimane di tenere delle posizioni corte. Tra i tanti report che ho visto quello di Alastair Newton, capo economista della banca d’affari giapponese Nomura, è quello che si spinge un po’ più in là sia nella critica a un ritorno di Silvio Berlusconi sia al possibile assalto ai titoli di stato italiani, il vero rischio a guardare i mercati più delle perdite in Borsa (”irrisorie”). L’ho tradotto qui sotto, troverete magari qualche imprecisione, ma lo sistemerò nei ritagli di tempo. Consiglio il paragrafo “fai attenzione a quello che desideri”.

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+ L’8 settembre l’inaspettato annuncio di Mario Monti che si dimetterà automaticamente subito dopo l’approvazione della legge di bilancio 2013 ha fatto rapidamente tornare l’italia nell’incertezza politica.

+ Questo significhera’ che le elezioni politiche verranno anticipate di qualche settimana, eg al 24 febbraio, con silvio berlusconi pronto a combattere da una piattaforma anti-austerity.

+ Anche se la reazione dei mercati e’ stata insignificante, questo potrebbe invece portare scompiglio sul mercato dei titoli di stato - non solo in Italia ma attraverso il contagio in tutta l’eurozona, specialmente in spagna.

Per ora e’ il risultato delle elezioni ad essere la vera incertezza. Ma nel complesso pensiamo che il più probabile vincitore sara’ il Partito democratico di centro sinistra (Nomura in realtà indica come vincente la coalizione “Bene Comune”, cioè comprende anche Sel di Nichi Vendola che ha partecipato alle primarie) - che sarebbe peraltro più adatto per le riforme rispetto a un “Monti bis”.

Elezioni imminenti

A seguito della decisione del partito dell’ex primo ministro silvio berlusconi di non supportare oltre il governo, l’attuale primo ministro Mario Monti ha annunciato la sera dell’otto dicembre che si dimettera’ non appena sara’ approvata la legge di bilancio 2013. Il parlamento deve approvarla entro la mezzanotte del 31 dicembre, e un passaggio deve avvenire prima della pausa natalizia.

Le elezioni devono cadere al 70esimo giorno dallo scioglimento delle camere. Prima della decisione inaspettata di Monti il 10 marzo era la data più quotata per le elezioni (che inizialmente avrebbero dovuto tenersi in aprile). Comunque dando per assodato che la legge di bilancio sara’ approvata prima di natale, il presidente della repubblica giorgio napolitano dovra’ indire le elezioni generali un prima di allora - il 24 febbraio e’ una data possibile. Oppure potrebbe nominare un primo ministro “curatore” per cercare di approvare un certo numero di riforme prima che venga sciolto il parlamento, in quel caso il dieci marzo potrebbe essere la data probabile.

Facendo un bilancio, a confronto con la scarica di importanti riforme che Mr Monti sperava di approvare - da notare la riforma della legge elettorale, la riforma fiscale e un ventaglio di misure per la giustizia - pensiamo che Mr Napolitano sciogliera’ il parlamento non appena Monti si dimittera’, confermando le elezioni in febbraio.

Il rimbalzo di Silvio Berlusconi

Al centro di tutta questa recente incertezza  c’e’ Silvio Berlusconi, il quale ha finalmente confermato nel pomeriggio dell’8 settembre che dopotutto guidera’ il Pdl alle prossime elezioni. Ad oggi il Pdl e’ scarso nei sondaggi - la percentuale dei suoi voti langue nella seconda decina, circa 20 punti indietro rispetto alla coalzione, Bene Comune, guidata da Pier Luigi Bersani. In questo senso sembra improbabile che Mr Berlusconi sia in grado di assicurarsi l’incarico. In ogni caso:

+ Probabilmente fara’ campagna anti austerita’ ma appoggiando la piattaforma europea.

+ Cerchera’ (ancora) di rinominare e dare un nuovo logo al suo partito per provare a dargli una nuovo immagine.

+ Grazie ai suoi interessi nei media avra’ una significativa piattaforma promozionale.

+ Mettendo da parte per un momento l’anti establishment Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, attualmente in vantaggio nei sondaggi sul Pdl, gli italiani sembrano doversi confrontare tra la famigliare scelta tra destra e sinistra che ha favorito le formazioni politiche del passato, compresi i protagonisti stessi Berlusconi e Bersani.

Al momento quanto meno crediamo sarebbe poco saggio stroncare le possibilita’ di Berlusconi di assicurarsi un certo consenso e, dopotutto anche l’attuale maggioranza alla camera siedo sotto l’attuale legge elettorale.

Il mercato dei titoli di stato potrebbe essere vulnerabile

Finora il mercato dei bond - che e’ stato sostanzialmente stabile da agosto grazie alla “rete di sicurezza” della Banca centrale europea - si scontra con gli eventi del passato fine settimana. La pre-programmata asta il 13 dicembre offre un ulteriore test del sentimento dei mercati. Indipendentemente da quello che vedremo nei prossimi giorni, l’incertezza politico-elettorale mista alla retorica da campagna e i conseguenti titoli dei giornali vedremo ancora i mercati nuovamente contrariati, come li abbiamo visti la scorsa settimana quando i rendimenti dei titoli decennali di 10 punti base al 4,5 per cento prima di cadere di nuovo (fino, presumibilmente, a 2,5 punti in meno dai massimi raggiunti con le dimissioni di Berlusconi). Questa volta l’aumento dei tassi potrebbe essere più rapido e durare per alcune settimane, probabilmente anche oltre le elezioni stesse.

Più in generale se i mercati diventano aggressivi nei confronti dell’Italia potremmo vedere un contagio in altre economie dell’Eurozona, in particolare la Spagna che ha la tendenza ad andare in tandem con l’Italia dall’agosto 2011 e il 2013 sara’ un anno pieno di scadenze sul debito con una buona dose di continua incertezza sulla richiesta di aiuti o meno del primo ministro Mariano Rajoy.

In caso di un aumento dello scompiglio sul mercato dei bond stara’ in larga parte alla Bce il tentativo di riportare la calma mentre Berlino sara’ sempre più preoccupata dall’inizio del ciclo elettorale 2013 che comincera’ con le elezioni regionali in Bassa Sassonia il 20 gennaio fino alle elezioni generali a settembre-ottobre.

Il possibile risultato elettorale

Tornando sull’Italia, come abbiamo fatto notare in precedenza, le elezioni sembrano avere piega di una battaglia “destra contro sinistra”. Ci aspettiamo di vedere una buona performance del populista ed euroscettico M5S aggiungendo incertezza sul risultato e aumentando le possibilita’ che: (a) ne’ il Pd ne’ il Pdl e’ in grado di guidare la maggioranza alla camera dei deputati senza il supporto di almeno un altro partito (il partito di pier Ferdinando Casini, Udc); e (b) con qualsiasi coalizione di maggioranza, fallirebbe al senato.

Tale scenario potrebbe vedere la necessita” dell’intevento di emergenza di una coalizione di centro che ruota attorno alla piattaforma elettorale recentemente lanciata dall’industriale Luca Cordero di Montezemolo, che permetterebbe a monti di tornare come presidente del consiglio. Come senatore a vita, Monti non ha bisogno di partecipare alle elezioni, cosi terra’ questa opzione aperta almeno per ora. Mentre questo aggiunge incertezza politica, puo’ avere senso tatticamente se fosse interessato a un altro mandato, perche’ cio’ lo terrebbe fuori dalla mischia elettorale.

Fai attenzione a quello che desideri

Detto questo, anche se i mercati sembrano favorevoli a dare il benvenuto a un monti bis di qualche sorta, noi ci chiediamo se questo sia veramente il meglio. Un governo con una solida legittimazione democratica nella forma di un voto a maggioranza della popolazione puo’ avere più leva per mettere in moto quelle riformr strutturali di cui l’italia ha urgente bisogno per spingere la crescita - che per nostra opionene e’ il vero problema da affrontare più della riduzione del deficit e del debito. A sostegno di questo facciamo notare che come ministro del governo Prodi tra il 2006 e il 2008 Mr Bersani ha promosso riforme di rilievo - nonostante il contesto politico di allora con una divisa e insostenibile coalizione di centro sinistra. Dopo essersi assicurato la vittoria nelle contrastate elezioni primarie (nelle quali il Pd ha deciso di seguirlo) Mr Bersani e’ meglio posizionato stavolta per assicurarsi la vittoria più di quanto non fosse cinque anni fa e di quanto lo sarebbe un govermo guidato da Monti. Forse il risultato migliore sarebbe una coalizione di centro sinistra e centrista guidata da Bersani con Monti a bordo con un maggiore bagaglio economico e la maggioranza in entrambe le camere. Comunque in questa fase almeno pensiamo che un risultato di questo tipo e’ troppo da desiderare e riguarda piuttosto lo scenario post elettorale (lean more towards) dove spingere per le necessarie e mancate riforme commisurato alla becessita’ di riportare una crescita duratura al paese rimane la sfida principale qualunque sara’ il make-up del prossimo governo.


L’impotenza dei banchieri centrali. Pressati dalla politica ma con le armi spuntate, dice un report del capoeconomista della Banca dei regolamenti internazionali

Posted by Alberto Brambilla on dicembre 12th, 2012 filed in Conflitti, Economia
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Nel mondo i banchieri centrali vengono “tirati per la giacca” dagli stati, lo diceva anche l’Economist due settimane fa. L’esempio classico è quello della Bce che deve rendere conto alla Germania, poi c’è il caso dell’Ungheria in cui di fatto si voleva rendere la banca centrale dipendente dal Parlamento per finire poi con il Giappone, dove la campagna elettorale si sta giocando anche sulla richiesta di maggiore interventismo da parte di Shirakawa, il presidente della BoJ. Un paper della Banca dei regolamenti, la banca centrale delle banche centrali, spiega che c’è una certa distanza tra quello che i banchieri centrale possono fare e quello che fanno realmente. L’evidenza empirica deriva soprattutto dagli effetti depotenziati della politica monetaria durante la crisi finanziaria.

Scrive Claudio Borio, Deputy Head of Monetary and Economic Department and Director of Research and Statistics, nel report The financial cycle and macroeconomics: What have we learnt?”

Over time, political economy considerations may add to the side-effects (Borio and Disyatat (2010)). The central bank’s autonomy and, eventually, credibility may come under threat. Technically, central banks have a monopoly over interest rate policy, but not over balance sheet policy. Balance sheet policies can be properly assessed only in the context of the consolidated public sector balance sheet, which is much larger. They make central banks vulnerable to losses, which can undermine their financial independence. And they make them open to the criticism of overstepping their role, such as if they are perceived to finance public sector deficits directly (purchases of sovereign assets) or to favour one sector over another (purchases of private sector assets).

The key risk is that central banks become overburdened (Borio (2011b), BIS (2012)) and a vicious circle develops. As policy fails to produce the desired effects and if adjustment is delayed, central banks come under growing pressure to do more. A widening “expectations gap” then emerges, between what central banks are expected to deliver and what they can deliver. All this makes eventual exit harder and may ultimately threaten the central bank’s credibility. One may wonder whether some of these forces have not been at play in Japan, a country in which the central bank has not yet been able to exit.

On reflection, the basic reason for the limitations of monetary policy in a financial bust is not hard to find (Caruana (2012a)). Monetary policy typically operates by encouraging borrowing, boosting asset prices and risk-taking. But initial conditions already include too much debt, too-high asset prices (property) and too much risk-taking. There is an inevitable tension between how policy works and the direction the economy needs to take.


Recent empirical evidence is consistent with the relative ineffectiveness of monetary policy in a balance sheet recession (Bech et al (2012)). The authors examine seventy-three recessions in twenty-four advanced economies since the 1960s, distinguishing the twenty- nine that coincided with financial crises from the rest. They find that, considering the recession and subsequent recovery, monetary policy has less of an impact on output when financial crises occur (Graph 10, top panels). Moreover, in normal recessions, the more accommodative monetary policy is in the downturn, the stronger the subsequent recovery, but this relationship is no longer apparent if a financial crisis erupts (Graph 10, bottom panels). In addition, the same study finds that the faster the deleveraging in such recessions, the stronger the subsequent recovery. And the link between fiscal policy and the recovery is similar to that for monetary policy, also pointing to its relative ineffectiveness in balance sheet recessions.



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